Betlemme, Cisgiordania






Treno che viene, museo che va. Succede nella vasta area metropolitana di Los Angeles, galassia urbana distesa dall’entroterra alle coste della California meridionale, dove le mappe delle ville delle star di Hollywood si affiancano a quelle dei “territori” delle bande ispaniche e afroamericane, la piccola Tailandia confina con una micro-Armenia, l’aria rarefatta dell’Ovest genera scosse elettriche sfiorando quella più densa dell’Est. Continua a leggere


Al rumore ci si abitua. Alla vista no. Ed è una fortuna. In questo hotel di charme sotto il Sydney Harbour Bridge, le viste sono multiple. Quasi sempre sorprendenti. Si è fermi, quasi a pelo d’acqua. Ma l’impressione è di trovarsi sul ponte di una nave pronta a salpare. Continua a leggere

“It’s a rapture in white” sussurra la mia vicina dal collo elegante e i capelli fini, mentre il paesaggio innevato dell’Engadina ci avvolge dai finestrini del treno. Un rapimento in bianco. Credo che la ragazza con l’accento di Chelsea, Londra sud, e il fisico da modella citi da una vecchia canzone da crooner, My Prayer. Insomma, un panorama musicale. Continua a leggere

Nel giardino della regina ho nuotato con i calamari. È una frase che sembra più adatta a un componimento surrealista che a una storia di viaggio. Nelle carte nautiche dei Caraibi è segnato un arcipelago lungo la costa meridionale dell’isola di Cuba che si chiama proprio così: “Los Jardines de la Reina”. Il nome glielo diede Cristoforo Colombo, in onore di Isabella di Castiglia. È un mondo di visioni d’acqua, discosto dalle rotte maggiori dei charter, in uno dei tratti di mare più incontaminati delle gloriose Antille. Un giardino che fiorisce in profondità. Continua a leggere 
(SECONDA PARTE)
Si trovano, nel Rann, villaggi fortificati come Jhinjhuvada, antica stazione di carovane. Sulle mura di fango sono incisi fregi di foglie che ricordano quelle della cannabis. Addentrandosi nel deserto, piatto e bianco, si risale nel tempo con i resti di città millenarie come Dholavira, accanto al bet di Khadir: è l’unico dei grandi centri della civiltà dell’Indo dalla parte indiana del confine. Tra le rovine, oltre a una perfetta rete idrica e a un colossale serbatoio, sono state ritrovate statuette di 5000 anni fa che raffigurano persone in posizioni simili agli asana dello yoga. Continua a leggere

Parte prima
Capitano a tutti i desideri insopprimibili. A me è successo su una pista del Rann di Kutch, uno strano deserto che si estende nello stato indiano del Gujarat fino alla foce dell’Indo in Pakistan. Chiesi all’autista della vecchia Maruti di fermarsi, presi una borraccia e un binocolo e cominciai a camminare per un paio di chilometri sulla crosta di fango e sale in vista di alcune oasi, qui chiamate bet, che si stagliano appena sulla superficie rugosa che vibra col calore, all’orizzonte. Continua a leggere